Dal primo tè all’ultimo chiavistello: un giorno di monastero in Ladakh raccontato dal tempo
04:58
Il primo suono non è una campana, ma un lieve schiarirsi la gola nel corridoio, fatto apposta perché nessuno sobbalzi. Un fiammifero gratta, poi un altro. Qualcuno ha già deciso che oggi la stufa si lascerà convincere. Mi metto seduta, allungo la mano verso il maglione e ripiego la coperta all’indietro con entrambe le mani.
05:07
L’acqua comincia a muoversi in una pentola sciacquata ieri sera e lasciata capovolta sul ripiano. Il bollitore viene posato sulla fiamma con una calma che suggerisce ripetizione più che devozione. Un novizio mi porge una tazza di latta senza guardarmi, non in modo scortese, semplicemente con efficienza. La tengo tra i palmi finché il metallo si scalda.
05:18
Arriva il tè, addensato con burro e sale: un gusto che appartiene più all’altitudine e al lavoro che alle preferenze. Non si discute se qualcuno abbia fame. Il pane si strappa, non si affetta. Qualcuno conta le tazze a memoria, poi a vista, poi si ritiene soddisfatto. Bevo, poi pulisco il bordo con il pollice.

05:33
La sala di preghiera non si presenta come “bella”; non ne ha bisogno. Prima che accada qualcosa di sacro, il pavimento viene controllato per polvere, cera e il rametto randagio arrivato fin lì sul sandalo di qualcuno. Una scopa viene trascinata con colpi lunghi che si fermano appena prima della soglia dipinta. La paglia si piega e torna su, e l’angolo viene liberato.
05:49
Le lampade a burro non si accendono come simboli; si accendono perché qualcuno deve farlo, e perché le lampade esistono per essere tenute vive. Si versa una piccola coppa d’olio, poi si rabbocca, poi si corregge. Lo stoppino viene raddrizzato con un’unghia. La fiamma prende, si stabilizza e resta.

06:02
Una campana suona con una fermezza che sembra amministrativa. Le vesti si sistemano, non si esibiscono. Un uomo vicino alla porta controlla la fila dei cuscini, ne raddrizza uno di una larghezza di dito e poi si siede. Il primo canto comincia prima che tutti si siano davvero assestati, e chi arriva tardi scivola nel ritmo.
06:27
Cantare è una forma di lavoro: respiro misurato, sillabe trascinate in avanti, tempo mantenuto anche quando la mente vaga. I libri di preghiera non sono oggetti preziosi; sono oggetti usati, aperti bene, schiacciati piatti, richiusi. Le pagine portano leggere tracce di grasso lasciate da mani che sono state calde. Seguo il suono più che il testo.
06:51
Una pausa. Qualcuno versa di nuovo il tè—meno cerimonia che rifornimento. Le tazze vengono raccolte e riportate senza clangore. Un monaco tossisce una volta, senza chiedere scusa a nessuno. Una finestra viene socchiusa per l’aria, poi richiusa quando il freddo si fa sentire. La stanza riprende.
07:16
La cucina diventa il centro perché deve. Il riso viene sciacquato finché l’acqua scorre meno torbida. Le lenticchie vengono selezionate con dita rapide, le pietruzze rimosse senza commenti. La stufa viene alimentata con legna messa da parte ieri, tagliata in lunghezze che entrano. Il fuoco viene incoraggiato finché acconsente.
07:44
La colazione non viene annunciata, accade. Le ciotole compaiono, poi si riempiono, poi si svuotano. Qualcuno mi offre una seconda porzione come se il mio appetito fosse un fatto da gestire. La prendo perché rifiutare sembra aggiungere attrito a un sistema che scorre liscio. Mangio, poi sciacquo la ciotola al lavatoio.
08:09
Un registro viene appoggiato su un tavolino basso, la copertina ammorbidita da anni di uso. Una penna viene provata sul margine, poi usata con decisione. Le donazioni vengono annotate con la stessa scrittura ordinata, che arrivino da un anziano del villaggio, da un turista o da un autista di passaggio. I numeri vengono sussurrati, poi scritti.
08:32
Un telefono squilla—un suono ordinario, moderno, che non si accorda con i murales ma si accorda con il giorno. La chiamata viene presa sui gradini fuori, dove la voce può viaggiare senza disturbare la sala. Una consegna viene confermata, una richiesta rifiutata con cortesia, un’ora concordata. Il telefono scivola di nuovo in tasca.
08:57
I visitatori arrivano a piccole ondate, sempre più speranzose che preparate. Le scarpe vengono lasciate vicino alla porta in coppie spaiate. Un uomo chiede se si può fotografare, e la risposta non è “sì” o “no”, ma una breve spiegazione su dove non stare. Un novizio li guida con la pazienza di chi lo ha fatto molte volte. I turisti seguono.
09:21
La pulizia di routine continua indipendentemente da chi guarda. Panni inumiditi con acqua fredda passano sulle ringhiere di legno, poi sul metallo di una serratura, poi sul bordo di un mobile. La cenere dell’incenso viene raccolta con cura perché non rifiorisca nell’aria. Un secchio viene portato fuori e svuotato dietro il muro. Il panno viene strizzato fino a essere asciutto.
09:46
Un monaco anziano siede con un visitatore arrivato con una domanda che non si riassume facilmente. Parlano a bassa voce, con una cadenza che lascia spazio alle pause. Non viene offerto un consiglio come uno slogan; invece ci sono piccole chiarificazioni, un cambio di prospettiva, un richiamo alle cose ovvie. Il visitatore se ne va con meno certezza e, forse, più direzione.
10:13
Nel cortile, un cane dorme con le zampe raccolte, indifferente allo scopo del monastero. Qualcuno gli gira attorno senza scacciarlo. Una pentola viene messa al sole, il coperchio inclinato per far uscire il vapore. Un sacco d’orzo viene spostato in un angolo più asciutto. Il giorno viene riordinato.
10:41
Di nuovo tè, perché l’altitudine trasforma la sete in un pericolo silenzioso. Il burro si è leggermente separato; viene rimescolato con il manico di un cucchiaio. Le tazze vengono riempite senza che nessuno chieda il bis. Un ragazzo troppo giovane per essere monaco ma abbastanza grande da portare cose entra con un vassoio. Lo posa con attenzione e se ne va.
11:08
Inizia un breve insegnamento, non messo in scena, non amplificato. La gente si sposta più vicino sul pavimento. Le mani dell’insegnante si muovono quando serve, poi restano ferme. Il discorso parla meno di un’illuminazione lontana che delle trappole ordinarie della mente—risentimento, fretta, orgoglio—nominate con semplicità, come parassiti domestici. Quando finisce, nessuno applaude.
11:37
Il pranzo viene assemblato da ciò che c’è, e ciò che c’è viene rispettato. Un coperchio viene sollevato, controllato e rimesso. Il sale viene preso a pizzichi e sparso. Qualcuno assaggia il brodo, aggiunge un po’ più di spezia, poi si ferma. Il pasto viene portato nella sala e appoggiato.
12:02
Si mangia in fretta, non perché sia senza gioia, ma perché il tempo ha altri usi. La conversazione resta leggera: un camion di rifornimenti, la salute di un cugino, il prezzo della benzina, lo stato della strada. Quando l’ultima ciotola è raschiata pulita, le ciotole vengono impilate. Il pavimento viene spazzato di nuovo.
12:36
Dopo pranzo c’è una tasca di quiete che sembra riposo ma somiglia di più a un recupero. Alcuni si sdraiano; altri siedono e leggono; qualcuno fissa semplicemente un muro senza imbarazzo. Un monaco rammenda una veste con un filo tirato fuori da una piccola scatola di latta. Fa un nodo, lo taglia con i denti e continua.
13:11
Un generatore viene avviato per poco tempo, quanto basta per caricare i telefoni, far funzionare una piccola stampante, portare luce in una stanza che ne ha bisogno. Il rumore è pratico, un promemoria che i luoghi spirituali restano luoghi con bollette, riparazioni e logistica. Un inceppamento di carta viene risolto con uno strappo paziente. La stampante ronza di nuovo.
13:48
Arriva una consegna: verdure, olio, sacchi di farina, qualcosa avvolta nel cartone che potrebbe essere un pezzo di ricambio. Gli articoli vengono controllati rispetto a una lista tenuta ferma da una pietra. I pagamenti vengono contati e consegnati. L’autista beve una tazza di tè, ne accetta una seconda, poi si alza. Le provviste vengono portate dentro.
14:22
Le preghiere del pomeriggio iniziano con meno formalità ma non con meno attenzione. Il ritmo è ormai familiare, come un sentiero che puoi percorrere al buio. La voce di un giovane monaco si spezza su una nota bassa; deglutisce e ritrova l’intonazione. Un tamburo di preghiera gira una volta, poi due, poi continua a girare. Il canto prosegue.
14:57
Fuori, il vento mette alla prova le bandiere di preghiera come fa sempre, ma dentro il giorno resta procedurale. Qualcuno controlla un chiavistello del magazzino, stringe una vite e riprova. Una candela viene spostata lontano da una corrente d’aria. Una tazza viene messa in piedi invece di restare su un fianco. Si fanno piccole prevenzioni.
15:33
Alcuni ospiti vengono invitati per il tè in una stanza laterale, dove la conversazione può essere senza fretta. Uno chiede della meditazione come se fosse una tecnica esotica. Un monaco risponde descrivendo postura, respiro e la disciplina del tornare quando la mente scappa. Non viene offerto nessun misticismo per impressionare. L’ospite annuisce e prova a stare fermo.
16:08
La cucina si ridesta. L’impasto viene lavorato da mani che sanno esattamente quanta acqua la farina accetterà oggi. Il piano viene infarinato, la palla viene premuta e girata, poi premuta di nuovo. Una padella si scalda mentre qualcuno la sorveglia senza fissarla. Il primo pane viene adagiato.
16:44
Un ragazzo porta un secchio al rubinetto e aspetta mentre si riempie lentamente, perché la pressione non è mai una certezza. Non scorre il telefono mentre aspetta; guarda l’acqua salire, poi la ferma al punto giusto. Solleva il secchio con entrambe le braccia, si ferma per aggiustare la presa e torna indietro con passo regolare.
17:19
La preghiera della sera non dà l’impressione di una chiusura; dà l’impressione di manutenzione. Le lampade vengono controllate, gli stoppini accorciati, l’olio rabboccato. I cuscini vengono sistemati di nuovo. Il canto è più breve, il passo più compatto, come se il giorno venisse ripiegato su se stesso. Quando finisce, alla quiete è permesso restare.
17:58
La cena è più silenziosa del pranzo. Si mangia senza raccontare storie, non perché non ci sia nulla da dire, ma perché il corpo è stanco e la mente si muove già verso il sonno. Qualche battuta passa soffusa lungo la fila, poi svanisce. Le ciotole vengono sciacquate subito. La stufa riceve un’ultima carica.
18:36
I conti vengono riposti. Le chiavi raccolte. Una lista viene controllata per domani: riso, cherosene, una chiamata a qualcuno a Leh, la visita di una famiglia, una riparazione al tetto prima della neve. Qualcuno segna un piccolo cerchio accanto a una voce per dire “non ancora fatto”. Il libro viene chiuso.
19:12
I corridoi si offuscano. L’ultima tazza di tè viene versata, meno burrosa adesso, più simile ad acqua calda con dentro conforto. Un monaco ricorda a un novizio di mettere le scarpe nel posto giusto, una correzione così lieve che a malapena conta come istruzione. Il novizio le sposta senza lamentarsi. La tazza viene posata.
19:47
L’ultimo giro non è romantico: porte controllate, finestre provate, una candela fuori posto spenta pizzicandola, il cane spinto con delicatezza verso l’angolo riparato. Qualcuno ascolta per un momento per essere certo che il generatore sia davvero spento. Un chiavistello che prende a metà viene sollevato e riprovato finché non aggancia bene. Il chiavistello tiene.

20:06
Alla porta principale non c’è cerimonia, solo la sequenza familiare delle mani. La barra di legno viene inserita nelle sue staffe. Il gancio di metallo viene portato sopra, poi giù. Accosto la porta, sollevo il chiavistello e chiudo a chiave
Di Sidonie Morel
